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venerdì, 01 febbraio 2008 ore 11:13

 Ritorno su Hitler, il romanzo di Giuseppe Genna e ci ritorno perché è un libro sul quale è giusto ritornare, perché molti mi stanno chiedendo se ne valga davvero la pena (Rododattila in testa) e soprattutto ci torno volentieri, a seguito di una “stroncatura” da parte di D’Orrico che potete trovare in integrale qui e dalla quale muoverò per alcune osservazioni in generale.

Questo non è un libro facile. Non è un libro leggero. Non è un libro da ombrellone o da domenica pomeriggio. Vorrei ben vedere, un libro che parla di Hitler non deve essere accattivante. Ho scambiato ancora qualche impressione con Genna e anche se le nostre posizioni non sempre coincidano (ma nemmeno divergono), entrambi siamo d’accordo che scopo di un autore, in qualche modo, è la piena realizzazione del “Libro”.

 

La stroncatura, dunque.

Stroncare di per sé non è un problema, anzi, ma richiede moralità e responsabilità. Bisognerebbe anche interrogarsi sul senso di una stroncatura (mettere in guardia il lettore? far crescere l’autore? mettere in mostra se stessi?) e sulla necessità di una stroncatura. Credo che nel recensire ci debba essere un grande rispetto per la persona (prima ancora che per l’autore o per il libro) che si sta recensendo. Un critico che non rispetti lo scrittore secondo me è un critico difficilmente rispettabile. Lo sgarbismo è pratica in voga tra gli adolescenti (io stesso ne fui vittima un tempo); credo però che le critiche debbano tendere all'apollineo, per essere efficaci e utili.

 

D’Orrico mette in scena un Hitler clown, rendendolo buffo, divertente, empatico e innocuo, concedendogli l’ennesima “vittoria postuma” sulla Storia; mancando di tatto in una recensione che è uscita a ridosso dei giorni della Memoria. L’operazione non è tanto oscena (parola a me cara da devoto seguace di C.B.), quanto “cattiva”.

 

Si legge una critica alla presunta non morbosità da parte dell’autore. Uno scrittore deve essere morboso per scrivere di Hitler. Uno scrittore deve essere morboso per scrivere. Questo sembra l’assioma del recensore. Può essere. Ma morboso non deve essere il critico. E ritorniamo all'apollineo di prima. Uno scrittore, per me, è medium, ponte tra energie, mondi, stili diversi. Il mio maestro dice che lo scrittore scrive per mezzo dello Spirito Santo. I libri morbosi non migliorano la vita (quello che D'Orrico non ha capito è che il libro di Genna, possa piacere o meno, aveva un alto obiettivo morale... lo scrittore morboso, paradossalmente, rispetto allo scrittore etico, è uno scrittore moralistico. Wilde è stato uno tra i più grandi scrittori morali della storia)

 

C’è una critica poi allo stile, accusato di essere troppo ripetitivo. È vero, può piacere o non piacere, ma qui lo stile ha un suo senso e una sua giustificazione. La ripetizione indica la ripetitività di Hitler. Il meccanismo della ripetizione o della tautologia è il meccanismo della stupidità. Hitler è colui che si ripete. La Storia è colei che si ripete.

La scrittura di Genna è musica seriale, “imprimitura dello svuotamento”. La lingua epica si scarnifica pur nel gonfiore tumorale della sua retorica. Cambiano le parole, resta medesimo il mantra. Il significato prosciuga il significante. Tutto è ossessione vuota, serpentina, arrotolata su se stessa. (Cordelli: “Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi, tutti soggetto e verbo. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria.”)

 

Ho annotato in un foglio alcune delle figure retoriche impiegate:

 

Allegoria – il lupo;

Tautologie vere: “Il Fuhrer è Hitler e Hitler è Hitler da sempre”;  presunte: “La battaglia nei cieli d’Inghilterra non è la battaglia nei cieli d’Inghilterra” ma queste identità possono anche seguire catene metamorfiche: “Il lupo è la volpe è il serpente”;

Bisticci o paronomasie: “Il colosso collassa”;

Du-Stil: “Spàrati, Adolf”

Reticentia – viene tolto ogni elemento di umanità. Vengono tolti tutti gli elementi che possono creare simpatia verso il protagonista: l’amore per gli animali (indirettamente accennato attraverso l’odio di Eva), Hitler vegetariano (si insiste piuttosto sulla sgradevolezza di Hitler che mangia). Tolta l’empatia verso la debolezza fisica (la mano con il Parkinson nel film “La Caduta”), per sostituirla con una maschera ferina e grottesca (ira, denti giallastri, paranoie, abulia)

 

Moltissime le pagine dove la poesia si innalza. Tra i brani più potenti ed emblematici, sicuramente c’è il rogo paradossale dei libri (compare l’io dell’autore).

 

Il critico poi si contraddice, scrivendo che Genna insiste su particolari come la pratica dell’undinismo e il testicolo… boh, il clone lamenta una caduta al morboso, quando prima ne lamentava la mancanza (gli effetti di un esercizio schizofrenico).

 

La critica forse più dolorosa, al di là dell'ironia e dell'Hitler macchietta, versione comico da Zelig, è quella relativa al messaggio del libro. Il libro, sostiene D’Orrico, non porta a niente di nuovo. Questo è quello che noi non vogliamo accettare dalla Storia. Trovare un senso, trovare lo scoop, invocare il Mito crea l'alibi a noi stessi. Vogliamo essere deresponsabilizzati. Cerchiamo il reato in prescrizione. La stupidità non decade. La stupidità, il vuoto stupido, non può trovare ragioni o giustificazioni. Noi non siamo in grado di sopportare la nostra stupidità. Questo rende il libro (in)pietoso. Per questo, io penso che scrivere Hitler sia scrivere di Bush e Berlusconi. Per questo penso che scrivere Hitler sia scrivere 100 Vaffaday. Perché di fronte allo specchio che mostra la nostra stupidità, la nostra prima reazione è quella di non riconoscerne l'immagine. Tutti infatti, finora, nel recensire si soffermano troppo su Hitler e poco sul mondo. Per me non è insostenibile il personaggio Hitler, quanto l'inferno che ha attorno (e quell'inferno siamo noi). Il problema non è come Hitler sia diventato grande, ma perché gliel’abbiamo permesso.

Non può esserci novità in Hitler, perché Hitler  è il romanzo testimone/martire. Non può esserci romanzesco o intreccio. La sequenza è paratattica, una vicenda si accosta all’altra, senza speranza di evoluzione.

A rendere leggibile e sopportabile una storia insopportabile è solo (e lo ripeto) la bellezza della parola che Genna mette in atto. Parola bella e parola buona.

 

Non è vero che Hitler non porta a nulla, al contrario, cambia il punto di vista; nel momento in cui si priva il Male della sua aurea magica per riportarlo a quello che è (“è un cretino”). Noi non abbiamo più scusanti nel seguire il Male (e lo si vede in questi giorni con desolazione).

Guardo un video documento su Hitler. Penso a Genna. Penso al romanzo, penso a quello che non ero in grado di vedere prima. Hitler è impacciato. Visibilmente impacciato. Lo si vede da come si sposta il foglietto. Dal silenzio prima di iniziare. Dal tono della voce alle prima parole. Non sa dove mettere la mano sinistra. Mani intrecciate. Braccia conserte. Non sa come muovere il corpo. Si solleva sulle punte, in ridicoli saltelli. La sua oratoria è viscerale, fatta a scatti. Brutale. Magmatica/isterica. Quello che vediamo è una sceneggiata, non un esempio di oratoria. Albanese il comico avrebbe fatto di meglio. Mi dico che senza il libro di Genna, forse certe cose non le vedevo. Mi dico che il libro di Genna ha il merito dello svelamento. Mi dico che forse vedo cose che non sono, condizionato da Genna. Mi dico, meglio essere condizionati a riconoscere la stupidità che a non riconoscerla. Mi dico, ci sarebbe stato quel pubblico plaudente, se qualcuno, all’epoca, avesse messo in guardia sulla stupidità. Mi dico, li riconosciamo oggi, coloro che continuano a metterci in guardia rispetto al Male? Mi dico che forse non c'è niente di nuovo sotto il sole, ma vale la pena ripetere e ripetere e ripetere.

“Qoèlet cercò di trovare la parola squisita e scrisse con esattezza parole di verità. Le parole dei saggi sono come pungoli; come chiodi piantati.”

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Commenti
#1   01 Febbraio 2008 - 16:17
 
Caro Mirco, le tue recensioni sono sempre illuminanti e, soprattutto, inducono il lettore alla tentazione di leggere. Credo che gli scrittori dovrebbero accordarsi per pagarti un vitalizio in cambio di belle e buone (e serie e profonde) recensioni. Perché la recensione è un atto di responsabilità ma è anche un atto di umanità, di rispetto, di interazione, di dedizione e di supporto. Credo che la recensione maligna si prodotta da frustrazione e invidia. Il recensore maligno scrive con la disinvoltura di chi non comprende che i libri sono fatti di carne. Chi li tocca, scriveva Whitman, tocca un uomo. L'attacco di D'Orrico a Genna è sgradevolissimo e vergognoso non perché discute (legittimamente) su aspetti stilistici, ma perché lo fa fare a Hitler! Questa leggerezza e mancanza di rispetto (non solo nei confronti di Genna) è inaccettabile. Ho dei dubbi molto seri, poi, sul fatto che D'Orrico si sia preso la briga di leggere tutto il libro. Non che questo sia obbligatorio per un lettore, ma è obbligatorio per un recensore che è pagato per farlo (altrimenti, se proprio non gli va, non finisca il libro ma non scriva neppure la recensione...). Motivo questo dubbio con il fatto che, avendo letto qualcosa di Genna, so benissimo che non è certo la parola né lo stile che gli fa difetto e do per scontato che ci siano buone e ottime pagine. Ma D'Orrico chiude la questione banalmente e barbaramente, senza amore, senza rispetto.
Leggerò Hitler per rispetto di Giuseppe Genna e per fiducia in Mirco Cittadini. E, con calma, recensirò. Cari saluti.
utente anonimo

#2   01 Febbraio 2008 - 17:59
 
Non conosco il libro, ma sei stato davvero bravo ad incuriosirmi.
Bellissime le parole sui critici, che spesso dimenticano che dietro all'artista c'è una persona.
(detto da me...che sono un finto critico)
Un carissimo saluto.
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#3   01 Febbraio 2008 - 19:18
 
x il mio maestro,
aspetto di avere la serenità necessaria per mettere sotto torchio anche il monaco
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#4   17 Giugno 2009 - 17:00
 
Sto leggendo il romanzo di Genna... da alcuni mesi. Di solito leggo velocemente, ma in questo caso non vado oltre alle due, tre pagine. Un bel libro, storicamente ben documentato, trasmesso con una scrittura piacevole ed efficace. Le stroncature? Solo invidia. Bravo Giuseppe Genna.
utente anonimo

Commenti

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